"Continua comunque a vivere"
Scintille di luce per resistere alla Grande Tristezza.
Le ultime quattro parole di Intermezzo, il romanzo di Sally Rooney1 sul lutto (e non solo, con lei è sempre non solo) mi sembrano adatte per questo primo mese dell’anno. Chissà cosa ci aspettavamo che succedesse, in questo 2025 che altro non è che la continuazione del 2024 e di tutto ciò che è venuto prima. Il mese di gennaio ci è scivolato addosso, anzi più precisamente ci è stato buttato addosso coprendo tutto, come i tombini nella mia città natale2. Continuare comunque a vivere è una fatica.
Lo sento su me stessa, ma pure su di te e su tutte le persone che conosco e che non conosco. Tutto è troppo, in questo mese che è durato un’eternità e che ha guastato le vite di milioni di persone. Ha guastato la mia, senza dubbio. Hai la testa piena di schifo, mi ha detto una sera mio marito, e non ho potuto dargli torto. Ho la testa piena dello schifo che leggo, sento e guardo ogni giorno e contro il quale sono impotente. Forse è arrivato per me il momento di fare pulizia.
Ne hanno parlato molte persone, in questo primo mese dell’anno: cosa lasciare andare, cosa tenere? Possiamo davvero eliminare ogni nostro account social, per il bene della nostra salute mentale? Non mi sembra fattibile, soprattutto per chi lavora nel digital. Sembra che non abbiamo una soluzione al momento, solo una serie di interrogativi su dove andare, cosa fare per non darla vinta a quelli. Ne parla magistralmente Flavia Brevi nella sua ultima newsletter3. D’altra parte, come scrive Beatrice Zacco su Instagram, ogni giorno c’è (almeno) una notizia sui social che ci mette paura. Oltre ad essere sicuramente profittevole per qualcuno, quella paura sta minando la nostra salute mentale, o almeno la mia.
La mia psicologa infatti è d’accordo. Ogni due settimane arrivo da lei con gli occhi gonfi e le racconto qualcosa che ha a che fare con i social media e una notizia orribile che ho letto. Riguardo a una guerra, al femminismo, agli scrittori che stup*ano ragazzine, alle persone che pensano che la mia malattia non esista, a quelle che giustificano la molestia finché non è reato, a quelli che sostengono che la lettura non sia politica, a quelli che hanno paura di perdere, davvero, i loro microscopici inutili privilegi. Sembra che tu prenda ogni singola ingiustizia del mondo e decida che è una tua responsabilità risolverla. Questo non mi ricordo se l’ha detto mio marito o la mia psicologa, probabilmente entrambi.
Ed è vero, sì, che ogni ingiustizia percepita, raccontata, avvistata anche se lontanissimo mi sembra un affronto personale. Se non da risolvere, quantomeno da condannare con tutto il disprezzo e la rabbia che riesca a mettere nelle mie parole, nei miei post. E così nei mesi, negli anni, il disprezzo e la rabbia sono diventati parte di me. Li abito come una seconda pelle, sono il corpo che decido di indossare. Non risolvo niente, ovviamente, non ho i mezzi per farlo e se anche li avessi forse non funzionerebbero. Non possiamo salvarli tutti (di nuovo la psicologa). Ma io mica voglio salvarli. Voglio urlare loro in faccia che fanno schifo.
Peccato che, sullo schermo del mio smartphone, lo schifo rimbalzi e mi ritorni addosso. Mi riempia il cervello, la casa e la vita. Bell’affare. Ma allora a che ci serve, davvero, questa ossessione? La risposta la trovo proprio sui social, sui profili più o meno silenti o accesissimi delle persone che sono, come me, soffocate da questo schifo. Conosco la strada che stiamo percorrendo, so dove porta e non ci voglio tornare. Mi ci sono tirata fuori con immensa fatica, e quindi non ci torno nella Grande Tristezza4. Ho dimenticato come partire alla ricerca delle cose luccicanti della vita. In mezzo allo schifo e alla rabbia, ho perso la scintilla. Ma la ritrovo, sai? La ritrovi anche tu.
Scintille di resistenza alla Grande Tristezza
«Verranno tempi in cui combattere sembrerà impossibile, di questo ne sono certo; da soli, sfiduciati, sovrastati dalla grandezza del nemico rammentate questo: la libertà è un’idea pura, si manifesta spontaneamente, senza imposizioni. Atti casuali di insurrezione stanno avvenendo ovunque nella galassia, interi eserciti, battaglioni non hanno idea di essersi già arruolati per la causa. Rammentate che la frontiera della ribellione è ovunque, anche il più piccolo atto di insurrezione spinge le nostre linee più avanti.
E poi rammentate questo: il bisogno di controllo dell’Impero è così disperato perché innaturale, la tirannia chiede sforzi costanti, tende a incrinarsi e a rompersi. L‘autorità è fragile, l’oppressione è la maschera della paura. Rammentatelo e sappiate questo: verrà il giorno in cui queste schermaglie, queste battaglie, questi lampi di rivolta romperanno gli argini dell’autorità dell’Impero e poi, a un certo punto, ve ne sarà uno di troppo, uno solo di essi porrà fine all’assedio. Rammentate questo: ribellatevi!»
[Star Wars - Andor stagione 1 ep.12]
Ok, combattere ci sembra impossibile, ma di atti casuali di insurrezione ne vedo ogni giorno, online e offline. Sono piccoli gesti che ci ricordano cosa c’è nella Galassia, oltre lo schifo. Che nutrono la parte sana e bella, quella che vogliamo abitare e che ci sembra irraggiungibile. Continua comunque a vivere. Dello schifo dobbiamo essere consapevoli, conoscerlo ma non ossessionarci. Non lasciare che si prenda il nostro cervello. Perché se no, dopo, sarà troppo tardi. Ci servono piccoli gesti, scintille di bellezza che possiamo mettere in atto senza troppo sforzo. Segnali che ci dicano, da una parte all’altra della Galassia, che siamo insieme. Dolorosamente, faticosamente, ma insieme.
Abbandonare la purezza della lotta ideologica per una resistenza luminosa, che salva quello che di bello già esiste e ne crea altro. Altre cose a cui aggrapparci. Indossare i calzini con le perline. Commuoverci per la frase di un libro, per il modo perfetto in cui finisce una storia. Raccontarci a vicenda le belle notizie. Abitare le community in cui ci sentiamo a casa. Imparare il Mandaloriano che puoi dirmi a che serve? A leggere le fanfiction su Star Wars. Leggere le fanfiction su Star Wars. Credere ancora più fermamente nei nostri valori, condividerli. Raccogliere luce, trasmetterla a chi sta come noi. E il mio gesto preferito in assoluto: ascoltare California dei Phantom Planet mentre guardiamo fuori dal finestrino. Niente paura se hai dimenticato le cuffie, so che quella canzone è impressa indelebilmente nel tuo cervello come nel mio. Continuare comunque a vivere.
Illustrazione di @coma.empirico
📝 Ho scritto:
Perché creare un sito professionale è indispensabile, oggi più che mai
Puoi riconoscere un predatore sessuale dai libri che scrive?
Rappresentazione della disabilità visibile e invisibile: KB di Star Wars - Skeleton Crew
Ho anche inaugurato la mia nuova rubrica “Ma parla di me?” in cui farò un approfondimento su personaggi della cultura pop, anche in versione audio. Se hai perso il primo episodio, lo trovi qui. E puoi iscriverti alla newsletter per riceverne uno al mese.
📖 Ho letto:
Diari, di Sylvia Plath ⭐️⭐️⭐️⭐️
Northanger Abbey, di Jane Austen ⭐️⭐️⭐️⭐️
Intermezzo, di Sally Rooney ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️
Le città invisibili, di Italo Cavino ⭐️⭐️⭐️⭐️
📺 Ho visto:
Beetlejuice e Beetlejuice Beetlejuice, di Tim Burton. Tutte vibes e poca trama, ma se ti piace il genere ci sono alcune scene davvero iconiche.
The 8 Show, di Han Jae-rim. Sembra Squid Game ma è molto molto peggio. Procedi con cautela se sei particolarmente sensibile.
Only Murders in the Building 4, di Steve Martin e John Hoffman. Stagione un po’ convulsa, ma sempre deliziosa.
Star Wars - Skeleton Crew, di Jon Watts e Christopher Ford. Ti lascio anche quest’altra citazione che è a tema con la newsletter:
No, non ti faccio spoiler: scoprirai tu chi le dice a chi.
Questo, se non lo hai già visto, te lo posso spoilerare: https://www.today.it/attualita/strade-asfaltate-agrigento-mattarella-tombini-metaldetector.html
Gli americani, e non solo, si rifericono alla depressione come The Big Sad.





